lunedì 1 marzo 2010

autobiografia


Non so se è accaduto davvero ma è quello che mi ricordo.

Non so esattamente dove sono nata perché ero in viaggio, o meglio mia madre era in viaggio.

Mio padre è un critico musicale, si chiama Lester, mi ha insegnato tutto quello che so.

Ha conosciuto mia madre ad una festa, quei festini del college dove tutti si credono intellettuali e interessanti mentre la metà delle persone perde la verginità, quei festini insomma.

Mio padre aveva 25 anni ed era gia famoso, vomitava i suoi articoli per diverse fanzine underground e non.

Mia madre era un robot-giradischi sempre vestita di nero, sempre piena di parole.

Quella sera mi raccontò mio padre che era bellissima, emanava suoni distorti, continuava sinuosa a roteare sulla bobina, e girava e girava fin quando mio padre non la interruppe volendole far cambiare musica.

Hanno litigato tutta la sera per finire poi a fare all’amore e sposarsi.

“Eh la vita!” dico io.

Mio padre la prese come assistente per le sue interviste.

Una notte volavano da Parigi verso Detroit dove mio padre avrebbe dovuto intervistare Lou Reed, e tutti in famiglia sappiamo di quanto mio padre adori e al tempo stesso odi il vecchio caro Lou.

Dicevo…mentre attraversavano l’Atlantico mia madre si sentì male… mio padre si sparse la vodka sulle mani e con l’aiuto di un tostapane mi tirarono fuori dall’utero meccanicoso di mia madre.

Nessun tentennamento o paura per la vita, mi hanno tirato e sono uscita, un inizio piuttosto semplice.

Il mio primo vestito è stato una foulard di Hermes che mia madre aveva recentemente comprato a Parigi, fu davvero contenta di prestarmelo per corpirmi, davvero contenta.

La mia infanzia l’ho passata a Londra tra i punk e l’odore di kebab nelle strade.

Mio padre spesso mi portava con lui per i concerti e le interviste.

Mi ricordo che indossavamo grandi boa imbarazzanti e ombretti colorati per andare a trovare David (Bowie) in campagna.

Mia madre invitava a casa parecchi amici, mi ricordo di Andy (Warhol) che spesso mi prestava la sua Polaroid, un tipo simpatico un po’ freddo forse ma assolutamente intelligente.

Mi ricordo di Bukowski volgare con qualsiasi signora, dolce come il miele solo con me.

C’erano John (Lennon) e Yoko (Ono) una coppia simpatica, forse dopo un po’ imabarazzante, finirono per assomigliarsi troppo, era logico che uno dei due sarebbe morto, ma evitai di dire queste carinerie in loro presenza.

Ho frequentato diverse scuole.

A Londra un asilo per “bambini mancini-disposti a rimanere così-che sanno a cosa vanno incontro”.

Sono mancina, sono sempre stata mancina e questo ha influito su molte mie abitudini quotidiane.

A scuola avevamo solo aule con le finestre a sinistra, per ogni bambino c’era un banco e un compagno di carta pesta per evitare che i gomiti cozzassero durante i dettati.

Sulla macchina di mia madre avevamo attaccato “mancino convinto” e non fui più vista come “l’aiutante di Satana” dal resto dei vicini.

Mio padre si era stancato dello snobismo londinese e ce ne tornammo a Detroit dove riprese a scrivere per Creem.

Ho frequentato la scuola pubblica li a Detroit, mia madre avrebbe voluto mandarmi alla privata, mio padre ovviamente le rise in faccia e mia madre andò su tutti i circuiti quella volta.

Mi feci subito un’ amica, una ragazzina che aveva mangiato un televisore,era davvero divertente bastava tirarle l’orecchio destro e cambiava canale.

Passavamo le ore al parco, lei seduta ad ingoiare caramelle e io a guardare quella sua pancia enorme che emetteva suoni.

Ancora adesso adoro guardare la televisione.

Un altro nostro amico aveva al posto delle gambe delle zampe da cavallo, era di origini francesi, adoravo il suo accento, sapeva a memoria le canzoni di Serge Gainsbourg e ogni sera al telefono me le canticchiava tutte mentre sul letto mi addormentavo sognando quei tempi, Saint Tropez, la Bardot e tutto il resto.

Siamo rimasti a Detroit fino ai miei 15 anni.

Ci siamo traferiti qui in Italia perché la mamma doveva collaborare con Morricone per la colonna sonora di qualche film.

Avevo provato ad iscrivermi ad Hogwarts ma non avevano più posto così ho frequentato per sei mesi un corso chiamato “ storia della storia del costume nel mondo post moderno-ciò che Magritte si era dimenticato di fare”.

Durante il corso compravamo giornali costosissimi, strappavamo le pagine, tagliavamo le immagini e in maniera quasi compulsiva ricreavamo il giornale a nostro piacimento, lo rivendevamo a vecchie tartarughe che lavoravano nell’arte e con i soldi compravano giornali costosissimi e così via.

Dopo quei sei mesi m’iscrissi ad una scuola per “giovani e talentuosi Ambiziosi”

Abbiamo passato un anno a stendere red carpet per ognuno di noi per poi inventarci lavori come “architetto di quaderni a righe” “fashion designer per cibi fuori stagione” “dj per feste silenziose”

Sono stati cinque anni favolosi della mia vita, abbiamo sviluppato tantissime qualità importanti, sappiamo contare fino a cinque tutti in maniera completamente diversa l’uno dall’altro, siamo andati sullo spazio per far conoscere la Coca-cola agli alieni, abbiamo costruito macchine per mischiare il vino all’olio e un aggeggio per rompere l’uovo per la frittata.

Mia madre spesso mi ripeteva (perché si bloccava il disco) che le cose che ci succedono ci somigliano.

Mi è sempre piaciuta questa frase ma sospetto che non sia di mia madre ma di Shakespeare, ma non posso certo criticarla per questo piccolo errore, alla fine anche io sono come lei, un registratore in nero farcito di citazioni.



3 commenti:

  1. bellissima amur mi piace tanto come scrivi

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  2. grande, tuo padre. posso chiedergli un autografo?

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