mercoledì 9 maggio 2012

«Good Luck» e i respironi che mi faccio con i Giardini di Mirò


Molte volte mi trovo a pensare che i cantanti rovinano i gruppi, nel senso che se ne potrebbe fare a meno. Dei molti gruppi che ascolti dal vivo, succede poi che ti guardi intorno e dici "Chi è questo che parla così in maniera irritante?" allora la prima cosa che fai è cercare tra il pubblico, mi sembra ovvio.
Saranno quei due quarantenni con la giacca di jeans? Sarà solo quello che sta mimando la batteria (personaggi la cui sopravvivenza ai concerti è fondamentale, è la vostra certezza su cui aggrapparvi) Saranno quelle due sedicenni lì? Dopo 20 minuti di concerto persi a cercare questa persona ti accorgi di una cosa: Ah, è il cantante.
Dai, succede a tanti gruppi "Fate bella musica...ma lui non si può zittire?"
Invece è una cosa che non succede ai Giardini di Mirò, per due semplici motivi:

A) I Giardini di Mirò sono un gruppo principalmente strumentale, anche se proprio nell'ultimo album «Good Luck» su 8 pezzi 7 sono cantati, ma va be'. La cosa meravigliosa è ascoltare la loro musica e calarsi completamente in un'atmosfera dove, sì, ci sono anche loro (eh cosa ci vuoi fare) ma più che altro ci sei solo tu. E già solo un pensiero del genere ti fa respirare. È musica di respiro, di quei lunghi respironi che si fanno davvero in Emilia Romagna, dove è stato registrato l'album precisamente a San Prospero di Correggio.
Io sono anni che non torno nel paese di mio padre, Toano in provincia di Reggio Emilia, è un mio rifiuto che ancora non mi so spiegare, so solo che non ci riesco a tornare eppure ho tanti ricordi legati a quel posto: alle terre di papà, al rudere della casa dei nonni che papà sta ricostruendo, Polcione, ai filmini con nonni e cugini. Mi ricordo le corse nei campi, le capriole alla Madonnina, le giornate al sole a raccogliere patate (lamentandosi), l'uccisione dei maiale, lo strutto dei ciccioli che ti schizza in faccia e il nascondersi tra il fieno.
Visto? Doveva essere una veloce digressione sull'Emilia Romagna invece è diventato tutt'altro ed è questo tutt'altro che ho provato al loro concerto lo scorso giovedì al Magnolia. Per dirla alla Aldo, Giovanni e Giacomo nella celebre scena "del leone e la gazzella" dico che il punto non è che tu sia metà emiliana o no, il punto è che banalmente lo scatolone dei ricordi ha una chiave che funziona a rumore e quel rumore è «Good Luck» ed è impossibile per me non vivere questo album come quella chiave.
In questo nuovo album rivedo e sento quei lunghi respiri, è una cavalcata piuttosto frenetica verso il ricordo più nascosto, dall'ampiezza delle impalcature sonore fino alla batteria che ti risveglia, o ti schiaffeggia...la cosa è ancora da capire.
Tutto ad un tratto ti ritrovi alle seconda birra, lontana dal palco, chiusa tra sconosciuti di altezza spropositata che poi, improvvisamente scompaiono! la colpa è di quel meccanismo che, vi giuro, non è l'ubriachezza molesta ma un'altra roba che prenderà il nome di Sindrome GDM. Una sindrome per cui quei personaggi altissimi subiscono una metamorfosi in terre spianate, in finisterini della macchina che svoltano su per la curva più pericolosa del mondo detta anche La Svolta: una tortuosissima curva in salita che ti tocca superare se vuoi arrivare a Toano.
La Svolta era il mio più grande incubo fino ai 15 anni: una marcia zigo zago, una corsa contro il vomito, specialmente se ti sei fermata a mangiare lo gnocco per strada. La Svolta rappresentava tutte le sofferenze che una persona deve affrontare nella vita per arrivare alla meta, in questo caso la casa dai nonni. Ancora una manciata di chilometri e sarò a casa, vedrò l'insegna del Rockerville e capirò che è finita, poserò le valigie, non correrò più così veloce per almeno altri tre giorni. 
«Good Luck» è quella stramaledetta curva, una corsa dietro a quei ricordi, quei respiri, il battito accellerato ed infine la gioia di riconoscersi in quelle strade, la porta della Toyota che viene aperta e papà che ti dice che puoi scendere.
E alla fine dell'album come di quella dannosa curva c'è una sola cosa che ti viene da dire: anche stavolta non hai pianto, anche sta volta hai resistito, scendi e sorridi.

B) In verità non ricordo il secondo motivo, comunque i Giardini di Mirò potrebbero cantare robe come gelato-gelato-gelato o banana-banana-banana e andrebbe benissimo.

Quindi sì: massacriamo i cantanti degli altri gruppi, ma lasciamo cantare gelato-gelato-gelato ai Giardini di Mirò.

"Ride" è in assoluto il mio pezzo preferito di questo album mentre su Rolling Stone trovate un unplagged di "Time on Time" bellerrimo.

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