mercoledì 26 dicembre 2012

Natale come puoi

Io sono una persona a modo.
Sono goffa, dico anche le parolacce, ma nonostante questo sono una ragazza a modo. Sono una che lavora duro e sui tacchi a differenza di altri. Io sono una persona che prende molto seriamente i propri doveri e mi aspetto che anche gli altri facciano lo stesso.
Ma a quanto pare no.

E non sto parlando di lavoro, ma di regali di Natale. L'unico regalo che aspetto veramente è quello dei miei genitori, sono loro il vero significato del mio Natale. Quest'anno sono arrivata alla vigilia con l'acqua alla gola. Certo Elena, quest'anno finalmente potrai ripagare madre, padre e fratello di tanti sforzi economici: TU QUEST'ANNO HAI UN LAVORO, UN LAVORO VERO nonostante nessuno della tua famiglia abbia mai capito come funziona. Mi sono svegliata il 23 dicembre, ho scansato di netto la bilancia, sono andata dritta allo specchio del bagno in marmo rosa, mi sono guardata in faccia e mi sono detta: "Buongiorno amore, quest'anno tu spacchi, quest'anno ci hai i soldi, quest'anno li facciamo secchi" Li ho fatti secchi (tranne mio padre che è rimasto a secco), ho strisciato la mia carta con la stessa facilità con cui si fa la scarpetta nel sugo. Non ho ricevuto nessuna tredicesima, ma ho strisciato come se. Come ripeteva Mugatu al dolce Zoolander: non ti lascerai distrarre dalle bellissime celebrità, fai ciò per cui sei addestrato e uccidi il primo ministro della Malesia!
Stessa determinazione, nessuna distrazione: ho sopportato i miei incattiviti in macchina, i vecchi fermi sulle scale mobili, il coro finto gospel del Centro Commerciale Il Vulcano. Sopportati sì, ma a malincuore: il coro in questione si stava esibendo nella peggior versione di «Ain't no Mountain High Enough» celebre duetto tra Marvin Gaye e Tammi Terrell,  la canzone che descrive in maniera compiuta la mia idea di amore e la sola e unica canzone che mi spinga a crederci. Mentre questo coro di etnia sospetta (come nella pubblicità del Maina, hanno spinto l'unico nero davanti alla folla) demoliva la mia idea di amore indossando tuniche in finto lamè io andavo avanti, audace e strisciavo la carta.
Il giorno dopo, nel centro di Monza, non mi hanno distratto la neve, l'odore di waffle nella via del centro o la vetrina di Pozzilei. Io ho pagato il parcheggio e ho lavorato duro! Sono tornata trionfante, ho fatto i pacchetti più brutti di sempre e -ancora senza lamentarmi- sono stata a cena dalla zia e dal suo baccalà. Stamattina mi sono svegliata, ancora piena di speranze, con ancora il sapore del peggior spumante bevuto a canna da una bottiglia magnum nel parcheggio di Muggiò, e sono andata dritta all'alberello di Natale, raccogliendo a me grandi e piccini. Con finta modestia porgo i miei regali al resto della famiglia, faccio anche finta di arrossire, inclino la testa e socchiudo gli occhi. Sono un piccolo Buddha pronto a ricevere glorie e festeggiamenti. E così avviene, ho l'ego pompato a mille. "Bene, quali sono i miei regali?" Libri va benissimo grazie, ora madre fuori il mio regalo.
Un pacco grande dalla forma cubica. Scartare con cura mi da il tempo per pensare: Perché ricoprire una borsa di Prada con questa carta? No qui la borsa non ci sta, è di certo la pochette... È un pellicciotto? La discografia della Motown no, me la voglio pagare io...

È lì, davanti a me, non capisco:


"Seriamente?"





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