venerdì 31 maggio 2013

Primavera Sound Festival 2013: la review che conta

Qualche incerto anno fa io e le due mie BFF siamo partite per una vacanza a Barcellona. Siamo tornate sudate e incattivite e con cartoline di cani in pose divertenti. Sul volo di ritorno, un economico quanto scomodo Easy Jet, ci promettemmo che niente e nessuno ci avrebbe riportato nel centro sociale più grande d'Europa. Invece, la scorsa settimana sono tornata nella terra dei cani abbinati ai rasta dei padroni per la mia personale campestre: il Primavera Sound Festival, quello che a detta degli hashtag in voga è il #bestfestivalever e sappiamo bene che gli # hanno sempre ragione. Ora, la mia esperienza di festival musicali prevede un'assidua militanza al Mi Ami, possiamo anche contare le vacanze estive con gli scout a 9 anni, ma quello va più vicino a un lager all'aria aperta. Forse è il caso che vi dica la mia, perché non dovete mai credere a chi sta nell'area stampa dove non sono stata invitata ho deciso di non andare:

LOCATION
Il Parc del Forum di Barcellona è un posto bellissimo, una sorta di quadro di Escher per hipster dove perdersi non è mai una scelta: 7 palchi sparsi per chilometri di scalini e un pericolosissimo ponte, dove pare che nessuno sia morto. Io stessa non sono mai caduta, nemmeno nei momenti di peggiore e solitario sconforto (cioè la risalita dal'emozionante concerto di How To Dress Well per raggiungere la BFF al concerto dei Blur, una distanza epica non solo a livello di metri ma soprattutto a livello emozionale). Appena superata la scricchiolante scritta PRIMAVERA SOUND quello che ti appare è un meta luogo favoloso dove tutti sanno cosa e come fare: con le scalette dei concerti scritte a penna sui fogli bianchi o sfogliando maniacalmente ll'app apposita sull'iPhone. Peccato per il freddo porco e il vento tagliente che ha inflitto tristezza alle seguenti cose: outfit, la salute e il suono nei palchi piccoli più vicini, dove due artisti venivano direttamente remixati uno sopra l'altro in un'orgia strumentale da parte di DJ BORA. VOTO: 7 1/2 per il poteva essere

GET THE SUPER MARIO LOOK
Tutti i concerti della mia vita sono costellati da look da premio Sosia dell mamma di Ricky Cunningham, quindi capirete bene il problema del vestirmi comoda. Ok che avessi abbandonato l'idea di mettere il tubino al concerto dei Dinosaur Jr. (portato in valigia) ma non pensavo che sarei riuscita ad andare in giro in jeans e Nike. Se Abercrombie vieta i suoi prodotti ai ciccionissimi forse anche la Nike dovrebbe farlo con me, perché poi arrivi a un punto in cui la gente si aspetta qualcosa da te: tipo correre di fila 5 piani di scale dell'ostello. Te sei fuori. Comunque alla fine il risultato ottenuto è stato quello di Super Mario meet J.Lo meet Fat Joe e tutto senza vergogna perché c'è sempre qualcuno che apprezza un culone a un concerto dei Death Grips. VOTO: mi do un 8 1/2 per il cambio tattico zeppe/sneaker all'una di notte.
& IT WAS U
Trovare l'amore al Primavera non è facile, lasciando da parte la concorrenza spietata di ragazze nordiche in pantaloncini, è difficile perché hai troppo da fare... MA CI SONO PERSONE CHE L'AMORE LO TROVANO LO STESSO, TIPO ME. Lo troverete tra la folla in estasi per i Dinosaur Jr, lo inseguirete e direte Ma tu sei Tom Krell? Ebbene sì, l'amore si chiama Tom ed è la voce, l'anima e il corpo di How To Dress Well, un progetto che io amo definire arrenbì da lontano fatto da un Justin Timberlake timido. Il giorno dopo si sarebbe esibito sul palco Pitchfork alla stessa ora dei Blur. Una coraggiosa mosca bianca, emozionato dal fatto che ben -quante- 200 persone siano lì per la sua unica voce, un computer e quel violino che lo accompagna. Un piccolo live per il Primavera ma un'enorme apparizione per la sottoscritta che non fa altro che sciogliersi sui brani del buon Tom e sulle sue cover di R.Kelly e Janet Jackson. Finito il concerto mi sposto tranquilla verso la festa sotto il palco dei Blur, è tutta un'altra vita lontani da Tom Krell. Sì, anche Tom non ha resistito al mio sguardo dolce. VOTO: dov'è il segno dell'infinito sulla tastiera?
MANATE
È quando ti ritrovi come una scimmia in mezzo al resto della gente. Una manata da lode va ai Death Grips, hip hop violento e psichedelico dove le mie scarpe da tennis sono diventate molle rotte dei letti degli sketch comici più cheap. Un saluto anche a Daniele, noto cantante del Primavera metà inglese/siciliano (si è presentato così) che mi ha da subito notato per la leggerezza e la grazia nell'esibirmi. Altra manata i Wu-Tang Clan che -nonostante l'assenza di Method Man- fanno muovere anche quei ghiacciolini fighetti del nord. Esplosioni, colpi di lingua per una sola grande setta che urla WUUU-TANG! WUUU-TANG! Per non essere accusata di essere una sporca fly girl chiusa musicalmente, menzioniamo anche i Liars che -grazie all'effetto batteria picchia duro sugli animatori del villaggio turistico- hanno insegnato a ballare a tutta la congelata platea del palco Pitchfork. Grazie amici, ci avete riscaldato per benino. VOTO: 8+ perché credo nel potere dei ceffoni

CANTA TU!
Ti ricordi quando Forrest Gump si ritrova tutto impettito davanti all'infinito pubblico di Washington DC, inizia il suo discorso sul tenente Dan Vietnam e gli staccano il microfono e non si sente più nulla? I My Bloody Valentine uguali. Mi siedo sulla sedia rossa della Coca Cola e cerco di morire assiderata su «When You Sleep», ma la voce? Se sei al concerto di Lady Gaga e lei punta il microfono verso il pubblico e tutti urlano PAPA-PAPARAZZIII! funziona, ma ai MBV chi può fare una cosa del genere? VOTO: 7 Perché allora tanto vale farli rimbombare nelle casse della Panda e «Loveless» ci va che è un amore.

POSTAL SERVICE
Dieci anni di «Give Up» festeggiati degnamente con un Ben Gibbard ballerino di salsa e merengue e un'intera formazione che non vedeva l'ora di suonare. Di seguito «Such Great Heights» mentre mi stavo gustando un caffè da 2 euro, la mannaia. VOTO: 8

LIKE THE LEGEND OF THE PHOENIX
No, non c'erano i Daft Punk, non sono stati avvistati a Barcellona se non nelle vetrine di American Apparel, qui parliamo di una leggenda diversa, quello di un gruppo di parigini di cui si pensa sempre di non doversi aspettare sorprese, e invece. Per i Phoenix non provavo nulla più che una fascinazione per quel pop leggero quanto immortale di canzoni come «Too Young» o «If I Ever Feel Better». Durante quel viaggio a Barcellona mi ritrovai piangente nella camera dell'ostello a chiudere il mio unico articolo per Rolling Stone: mi avevano chiesto di fingermi inviata speciale al matrimonio tra il leader Thomas Mars e Sofia Coppola. Avevo finto alla grande, avevo infarcito l'articolo di bombette pop di nomi e nomignoli (oggi lo so, sbagliai), e ora a due anni di distanza mi ritrovo faccia a faccia con Thomas e con «Bankrupt!» un album che invece sorprende eccome e che sognavo di sentire davvero, e dal vivo. Infatti, quello a cui si è andato incontro è stato puro e vero intrattenimento, bello e felice. E come per dare un'ulteriore frustrata al live ecco che Thomas parte in mezzo al pubblico, ecco esplodere banconote finte opera dell'artista Richard Prince (sai le borse di Louis Vuitton?) e poi come per errore arriva J Mascis sul palco. Ma in uno show del genere gli errori non esistono. Credo il concerto più bello della mia vita. E su questo pensiero me ne vado a rovesciarmi sotto i colori degli Animal Collective, dove si è sfiorata la tragedia: PANDA BEAR ALZATI E FACCE DOIN' IT RIGHT! VOTO: 9 1/2 perché «If I Ever Feel Better» mancava.
Ci sarebbe da parlare della performance in playback- afro beat dei Knife, del mood blue di James Blake, di Solange riempi pista che sfoga la sua inferiorità Beyonciana dando ordini al pubblico, ma insomma, mi fanno anche male le mani eh. VOTO COMPLESSIVO: 8 e la colpa è sempre di DJ Bora.

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