lunedì 15 dicembre 2014

Willow Smith, ovvero il futuro è ascoltare la musica di gente più giovane di noi

Non che la cosa mi preoccupi, doveva accadere. Quando hai 25 anni e non sei più la cosa più giovane che gira nel mondo, non sei più la promessa di nessuno, la personalità unica in mezzo al tuo liceo, quando stai crescendo per davvero succede anche che non ascolti più la musica di gente già morta. Succede in meno di un anno, ti innamori della musica di gente che se ti va bene ha la tua età, se non di meno. Decisamente di meno. Le barzellette sulla tua generazione, su quello che per voi vale o non vale, le litigate con il fidanzato più grande perché se hai già cinque anni in più di me è difficile -troppo difficile- che tu possa capirmi... Insomma, misuro il mondo con citazioni di Harry Potter. Avere 25 anni ed essere terrorizzati dai bambini prodigio che partecipano a Masterchef Junior e della categoria Under Donne di X Factor. In particolare, paura di diventare come "gli adulti", loro che forse hanno capito che la musica non si divide tra giovani e vecchi ma tra validi e non. Perché -ebbene sì- c'è gente che ascolta musica di merda a 14 come a 40 di anni e quelli di 14 non sono meno colpevoli di quelli di 40, perché gli strumenti ce li hanno in mano e non sono i soldi della paghetta da dividere tra Rumore o lo Spizzico. Io scelgo di diventare adulta e scelgo di godermi con onestà e grande struggimento non solo i video degli One Direction, l'ascesa musicale di Taylor Swift e del suo gattino, il libro (brutto) di Lena Dunham, ma anche la musica di pischelli come Willow e Jaden Smith. I figli teenager e stilosi di Will Smith e Jada Pinkett. Ecco l'ho detto.






Rinnovo questo amore nato nel 2010 quando Willow all'età di 10 anni pubblicò il pezzo "Whip my Hair" pezzo trascinante, con tanto di video dove le treccine pazze e lunghissime di Willow mi incatenarono alla speranza di vedere Willow come nuova leader di un movimento musicale dove si parla solo attraverso metafore sui capelli. Parafrasando le parole che rilasciò il padre, Will- lo ballate ancora- Smith, c'è davvero qualcosa di forte in una ragazzina di 11 anni che muovendo la testa back and forth prende le misure di quella che è l'indipendenza o semplicemente la voglia di fare solo quello che le va. Oggi, messo da parte il sound da dancefloor per bambini, Willow Smith, 14enne, è una ragazzina creativa -fastidiosamente creativa- con l'amore per un'estetica minimal fatta di foto in bianco e nero con saturazione minima e un nuovo forte sentimento per un r&b morbido, ovattato, che trae ispirazione prima di tutto dalla grande mamma che ci ha nutrite tutte, Erykah Badu. Voce sognante, innocenza e un corpo esile: sarà anche sotto Roc Nation, ma da quello che abbiamo potuto curiosare, la cameretta (o il tumblr) dove vive e sogna la dolce e decisa Willow non è poi diversa da quella delle altre teenager. Nell'ep di debutto "3" Willow si imbatte per la prima volta seriamente in un mood chill, dove mette alla prova la sua voce tra carezze, falsetti e basi in cui è facile perdersi mentre si cercano le parole e mentre si trova altro, qualcosa di bello, un'esperienza morbidissima. In questo viaggio (la pubertà) Willow si fa accompagnare dal fratello Jaden, un personaggio la cui disarmante arroganza va di pari passo solo con l'assoluta certezza che cadremo in ginocchio davanti al futuro album alla Drake, e da una sorella maggiore d'eccezione SZA (per cui ho già dimostrato il mio amore e le mia paure, è pur sempre una del 1990). Sono giovani, sono stilosi, sono fratelli, e come tutta la loro generazione non hanno paura delle etichette e degli altri generi, nemmeno quando si tratta di far uscire una cover mica male di "Easy Easy" pezzo dall'album di debutto di King Krule.


Potremmo parlare del fatto che sono figli di un'elite, che sono amici di divi che non ci piacciono come Justin Bieber, che non vanno a scuola perché la trovano deprimente e che hanno rilasciato un'intervista piuttosto bizzarra al NY Times dove si parla di universo, tempo... Ma, in fondo, chi è che a 14 (o a 40) anni è un umano completo?


giovedì 14 agosto 2014

Da Ariana Grande a Ziggy Stardust: breve fenomenologia di quando il pop incontra l'immaginario spaziale

E pensare che avevo parlato così bene di Ariana Grande su Grazia!
Già, perché io proprio non resisto alle popstar carine, con un'ottima voce e che sanno di che sample vivere. Ariana Grande per me è un sogno che si manifesta sotto forma di zucchero filato, potrei passare delle ore a tessere un tunnel spazio-temporale sulla scelta di intitolare uno dei suoi pezzi "Baby I" in omaggio a quel pezzo stupendo di "Rock With U (Awww Baby)" di Ashanti -che se un minimo avete avuto un televisore accesso e vi prendeva MTV capirete di cosa stiamo parlando, perché Ashanti nel 2000 era tipo Janet Jackson nei 90- che a sua volta aveva avuto l'onore di essere remixato con "Rock With You" di Michael Jackson che era lì, una magia pop pronta per essere consacrata. È a questo che servono i sample: aprire le matriosche dei ricordi, tessere storie socio-scientifiche sull'abilità dei produttori di far leva sulla memoria umana e di farci bagnare le mutande. (STO FLIPPAAAANDO cit.) Tutto questa intricata perdita salivare per dire che in quest'asse temporale Michael Jackson-Ashanti-Ariana Grande quest'ultima si è conquistata la zavorra di nuova Mariah Carey con del merito, perché in un tempo in cui tutte fanno le camaleontiche hipster (non me la sento di dire alternative, vale ancora qualcosa come vocabolo?) Ariana ci ricorda quanto dannatamente amiamo le fidanzatine d'America e quanto ci piaccia essere rassicurati  dalle sweetheart dei mercati d'intrattenimento. Bella premessa vero? Peccato che il nuovo singolo "Break Free" in collabo con dj Zedd faccia il verso a David Guetta o ricordi più una simil Robyn... Ma lasciando perdere la canzone, che sento di non voler approfondire, quello che trovo orrendo è il video in stile Star Wars. Perché è fatto così male? Perché ha deciso di abbandonare quelle atmosfere 50's che tanto le stavano bene?  Cosa ci fanno schifo gli alieni fatti male? Quanto assomiglia a Belen?


Pop music e immaginario spaziale, uno dei legami più antichi tra musica e immagine: l'uomo sbarca sulla luna nel 1969, nei primi anni Settanta David Bowie completa la trasformazione nel marziano Ziggy Stardust e nello stesso periodo George Clinton e la sua band soul-funk Parliament-Funkadelic si incoronano i messia del funk arrivati da un altro pianeta per redimere tutti i peccatori. AMEN! Per intenderci, questo super gruppo di psichedelici alieni gira per l'Earth Tour con un carrozzone di synth rubati ai robotici Kraftwerk, abiti sbarluccicanti e racconti su dischi volanti e persone di colore alla Casa Bianca o nello spazio. Sono parecchio fighi, c'è del futurismo, della mitologia, c'è lo spettacolo spettacolare e la voglia di ribellione tipica della musica black. Comunque, il boom economico porta la gente a sperare in un futuro completamente inventato e artificiale e le serie televisive come "Conquest of Space" o "Star Trek" sembrano rendere il tutto reale, ma in questo scenario di esaltazione i giovani iniziano a immedesimarsi nei panni di cyborg costruiti a immagine e somiglianza dalla società degli adulti, alieni intrappolati in un pianeta non loro, un futuro già scritto e quindi privo di qualsiasi bellezza. 

"Conquest of Space" serie TV anni Cinquanta. LOL

Immagine che verrà poi rubata da quei cattivoni dei rapper a cavallo tra i 90-2000: l'hip hop celebra la tecnologia, i tessuti tecnici, il pvc sulle forme del corpo delle sue protagoniste; morto il grunge, l'hip hop pianta la bandiera della supremazia sul resto del panorama musicale.... O molto più semplicemente, sono talmente ricchi che amano buttare i soldi in video super tecnologici. (Come dimenticare l'onnipresente stanza completamente bianca, o i tunnel metallici che si aprono sempre a inizio video?) Niente, in generale l'uso dell'immaginario spaziale, del rappresentarsi su un altro pianeta o in sembianze aliene dimostra la voglia di combattere un tipo di cultura predominante di cui i gggiovani non vogliono far parte. Detto questo, una carrellata di video pazzeschi (per bellezza e bruttezza, amo gli eccessi) tutti ispirati al mondo dello spazio, riconoscerete infatti dei dettagli ricorrenti.

Britney Spears "Ops I Did it Again"
Ariana, ci hai provato a copiarlo, ma non ti è riuscito. 

Katy Perry fet. Kanye-genius-West "E.T"
Storie di plagi con le TatU e della solita Katy aliena nel suo essere senza personalità

Michael Jackson feat. Janet Jackson "Scream"
IL PEZZONE. La perfezione del video e del sonoro costurito sulle immagini dei cartoni animati giapponesi. 

Victoria Beckam "Not Such an Innocent Girl" 
Una meteora indimenticabile, futurismo e ying-yang, voglio tutto quello che indossa

Aqua "Cartoon Heroes"
Vestiti da nazisti spaziali, tutto orribile

Missy Elliott & Da Brat "Sock It 2 Me"
Regina indiscussa di quell'hip hop ricco da fare schifo, ma artistico e socio-impegnato. Questo sì che è un video volutamente trash, ma super raffinato.

Snoop Dogg "Sensual Seduction"
Stupendo. Parodia dell'idea di spazio proprio di quei gruppi funk degli anni Settanta. Loro mettono il disco volante in copertina, il suo disco volante è ovviamente un letto che viaggia nell'universo del sesso felice. 

OutKast "Prototype"
Un Andre 3000, biondo e con movenze alla Prince, sbarca sul pianeta Terra in cerca del grande amore

Mi fermo qui, ma spiritualmente sto fluttuando nello spazio sul letto di Snoop Dogg.

lunedì 21 luglio 2014

Cara e talentuosa SZA, rivorrei indietro la mia vita.


In ritardo sull'uscite ma mai sulle vostre pubblicazioni, in questa nottata di luglio mi trovo costretta a riprendere in mano "Z" l'album d'esordio di SZA, che segue i già bellocci ep "See.SZA.Run" e "S". SZA è l'unica donna all'interno della Top Dawg Entertainment, etichetta dove divide il tavolo di lavoro con gente come l'uomo del 2013 Kendrick Lamar, Jay Rock e Schoolboy Q. Solana, in arte SZA, è del 1990 (voglio morire ora soffocata dalla polvere del ventilatore posizionato perpendicolarmente al letto, grazie.) di madre cristiana e padre musulmano, cresce secondo un'educazione di tipo musulmana, lontana dalla mondanità, dalla TV e dalle cose cool che fanno i suoi compagni di scuola. Ecco. E fino a qua, permettetemi, sembra propria la mia infanzia priva di film dei fratelli Vanzina, di MTV e dei panini alla Nutella. Ma si sa, proibire qualcosa ai figli non fa altro che accrescere in loro il desiderio di FARLO DI BRUTTO. Infatti, come io sono riuscita a scoprire e ad assaporare Nutella e MTV, anche la dolce Solana impara a conoscere la musica, ma nel modo che solo noi figli del proibizionismo conosciamo: completamente caso. Nasciamo e cresciamo privi di input musicali ed estetici da parte dei nostri genitori, MA assetati di qualsiasi forma di musica esistente su questo pianeta. Una bulimia musicale quella che mi accomuna alla più fortunata SZA, più fortunata perché mi sembra già chiaro chi delle due abbia trovato nella tavoletta di cioccolata l'invito alla fabbrica di Willy Wonka e chi no. SZA si ribella alla dittatura musicale imposta dal padre (solo jazz o a letto senza cena) e viene introdotta dai suoi coetanei al mondo della musica: scopre -ahimè- i Red Hot Chilli Peppers e Macy Gray, va fuori di testa quando si imbatte in Common, in Bjork e nei Wu Tang Clan. E qui, mi spiace Solana dato che sei anche più piccola di un anno, sono costretta a rammentarti che c'ero già io. Peccato che Dio si sia premurato di donarle giusto qualche talento in più, tipo una voce magnetica, eterea e il trovarsi nel continente giusto al momento giusto. 


Qui non si strilla, non si rompono bicchieri ma si tira su un sacco di polvere, una voce vaporosa e rotonda che si avvicina con enorme naturalezza a qualsiasi appiglio musicale le venga lanciato da chi sta dietro al vetro dello studio musicale. R&B, chiaro, un nu-soul fuso con una chillwave deliziosa e autunnale come in "Sweet November", ai cori e alla sacralità strumentale di "Babylon" con il collega e mentore Kendrick Lamar, al trasformarsi di un pezzo come "Warm Winds" con il compagno d'etichetta Isaiah Rashad, pezzo capace di passare da una lasagna di tracce vocali nascoste a una preghiera a occhi chiusi e mani congiunte. Uno smoothie pop fatto dalla ragazza della porta accanto aiutata anche dalle manine di uno di quei ragazzi della porta accanto che tanto amo, come Toro Y Moi che produce il pezzo "HiiiJack". Se non vi bastasse l'idea di ascoltare qualcosa che racconta più una favola che una storia, allora non nascondiamo il fatto che SZA è stilosissima: look da tomboy, SZA è un'Erykah Badu in miniatura, con enormi capelli ricci e lentiggini sparse per tutto il viso. Poco che rosico perché lei è super cool e io no. Poco davvero.


Comunque, per ridimensionare la visione che ora avrete di SZA e non di me, diciamolo: come album "Z" non è nulla di indimenticabile, ma è decisamente piacevole.


venerdì 13 giugno 2014

«Orange is the New Black»: il carcere dove Don Matteo non vorrebbe mai mettere piede

Grazie al cielo è iniziata la seconda stagione di «Orange is the New Black», la serie che con la scusa di avere come protagonista una ragazza bianca del Connecticut ha la possibilità di portarci all'interno del mondo delle carceri femminili americane e di rappresentare -pensa te- delle lesbiche senza che escano direttamente dalle fantesie dei maschietti. PAZZIA. Mi sono appena fatta una maratona di quattro puntate e i momenti di disperazione camminano di pari passo a quelli esilaranti.



Intanto per Funny or Die è uscito questo video che vede Uzo Aduba, l'attrice che interpreta Crazy Eyes alle prese con un fanta-provino per gli altri ruoli della serie. 



Personalmente Crazy Eyes è uno dei miei personaggi preferiti, un misto di tenerezza e paura, infatti non vorrei mai incontrarla. Capelli legati da maschietto del ghetto, occhi a palla e spiritati e brutte ed elettriche movenze. Giustamente una che interpreta un ruolo del genere quando poi esce la sera si tira giù da gara.


Ma cosa cattura della serie? Forse il fatto che non definisce una linea di demarcazione tra donne buone e donne cattive, non banalizza i contesti da dove provengono e soprattutto non c'è nessun cazzo di Don Matteo che vuole vigilare sulle nostre coscienze. Nella prigione federale femminile di Litchfield ci sono bianche, nere e latine, ci sono borghesi, atlete e commercianti. Ci sono donne ignoranti e coltissime laureate che hanno girato l'Europa, ci sono credenti (alcune un po' troppo) e -a dirla tutta- c'è anche un insegnante di yoga. Gli uomini che le circondano sono l'autorità ma è difficile definire chi comanda chi, la manipolazione in carcere è il sinonimo di sopravvivenza, avanti o dietro le sbarre. Il sesso è un premiarsi lì dentro, ma non è tutto scontato: quello sui cui ci si dovrebbe focalizzare non è il diventare lesbiche per convenienza o piuttosto che darla al galoppino in divisa preferisco darla alla mia compagna di cella, ma l'ancora più assurda e pazza scelta di innamorarsi e rimanere incinta in un luogo che l'amore te lo fa dimenticare del tutto. Sono donne, tutte donne, alcune donne -boh- scivolate per caso su un reato e rinchiuse dietro le telecamere del carcere di «Orange is the New Black», poi prima stavo guardando «Cotto e mangiato» e mi viene in mente che ci sono crimini sempre peggiori di quelli che commettiamo. È una bella serie, dalla sigla cantata da Regina Spektor al continuo botta e risposta tra dramma e commedia, a volte sembra di guardare un serie su un campo estivo, ma basta un flashback per ricordarti che no, non è l'oratorio feriale questo. Scusate, stavo pensando a una versione italiana e immaginavo Virna Lisi non più nei panni della suora ma in quelli di Red la russa. Mi fermo subito dando spazio all'editoriale super elegantone e di ELLE America dello scorso Gennaio con le protagoniste di «Orange is the New Black». Un po' scontato, ma almeno non le hanno vestite di arancione.




E chiudiamo con uno sketch dove Ellen Degeneres si dimostra una super fan dello show, LOL.


giovedì 12 giugno 2014

Ghemon: "Più che un rapper, sono un cantante confidenziale"

Lo scorso weekend abbiamo festeggiato 10 anni di MI AMI Festival, dico abbiamo perché quest'anno c'ero anche io dalla parte dello staff sudato e infuocato di Rockit, e passare dall'altra parte della barricata è sempre stato uno dei miei sogni di teenager. Il mio primo MI AMI è stato nel 2007, la cosa bella è che capitava sempre nell'ultima settimana di scuola, così il venerdì facevamo le cinque a bere vokda lemon e andavamo dirette al liceo per l'ultimo sabato di lezione, solitamente un po' sbronze ma felici. Il MI AMI era l'evento dell'anno e non sto scherzando. Lo si preparava scrupolosamente settimane prima: chi avrebbe guidato, cosa ci saremmo messe, per quali gruppi ci saremmo buttate nella mischia e quanti pacchetti di sigarette avremmo dovuto comprare senza farci sgamare dai nostri genitori. Ci sono stati dei MI AMI talmente importanti nella mia vita da dover richiedere sontuosi abiti da cerimonia, sete preziose e scollature profonde. Quest'anno indossavo jeans, T-shirt con aloni di sudore e Nike impolverate. Come si cambia quando si passa dall'altra parte, eh? Tre giorni all'anno dove poteva succedere di tutto: amori furtivi, scazzottate, ritrovare amicizie, cantare sotto la pioggia, farsi rompere la borsa da un musicista, chiedere a Bugo se volesse aiutarmi con la tesina della maturità (spoiler: sì) e limoni come se piovessero uomini. Ho iniziato a scrivere del MI AMI su FOTOLOG (rendiamoci conto dell'assurdità di questa cosa, ma senza riaprire quell'universo parallello pieno di brasiliani)  poi sono passata su questo blog fino a quando l'anno scorso è cambiato tutto. Quest'anno ho spillato più birre che stretto mani, ho imparato a dare il resto di tre birre pagate con 50 euro, ho guardato i concerti dal backstage senza dover limonare nessuno perché -EHI- se c'era qualcuno da limonare per poter andare in backstage, be' quella persona ero io. QUELLA PERSONA SONO IO. Tutto questo per dire che da anni il MI AMI realizza i miei sogni e a volte il sogno è proprio fare parte del sogno. 

Chiacchierare con lui del suo nuovo album «Orchidee», della sua evoluzione da uaglione a uomo (passando anche attraverso il suo armadio) e di quell'enorme tabù che è l'incontro tra la scena rap e quella indie italiana. Brividi. La carpa sarà anche diventata un drago come canta in "Adesso sono qui", ma non scomodatevi a trovare una definizione per Ghemon, lui ha già le idee chiare: cantante confidenziale.


Adesso sono qui dove tu mi hai lasciato, 
tra le mie braccia stringo ciò che sono diventato


giovedì 5 giugno 2014

Rihanna al CFDA: shine bright like a diamond

216.000 cristalli di Swarovski.
Ecco di cosa era fatto l'abito che Rihanna ha indossato alla serata dei CFDA, dove ha ritirato il premio come FASHION ICON 2014 (vinto negli anni precedenti da gente come Kate Moss, Nicole Kidman e Sarah Jessica Parker). L'abito dello stilista Adam Seldman ha la forma di un qualsiasi abito a canotta che puoi trovare da H&M al prezzo di 14.90 Euro, peccato che la delicatezza del tessuto in Swarovski e il fisico statuario di Rihanna regalino un effetto un pochino meglio di quello degli specchi del negozio svedese, rinominato da una mia amica ricca "Tutto Jersey Discount".


 Rihanna ha vinto perché ha un approccio audace allo stile, inventa, indossa ma sopratutto toglie un po' quello che le pare, per questo io non trovo questo vestito volgare ma semplicemente perfetto per lei. Nel senso: se puoi salire le scale in questo modo allora questo è l'abito perfetto per te. Se le mutande color carne ti stanno così bene, be' è il caso di farle vedere.



 Rihanna è magnetica perché bellissima, certo, ma ingombrante, zozza e delicata allo stesso tempo, così come le sue canzoni e i suoi video. Difficile guardare il video di «Pour It Up» senza avvertire un senso di disagio femminile misto ammirazione, difficile resistere a un pezzo pop talmente avvolgente come «Stay», ma non ci domandiamo mai se si tratta della stessa persona perché il salire e scendere del suo talento, l'essere ingannati e disgustati a livelli dance inarrabili per poi tornare a imbastire recensioni di tormentoni e ritornelli difficili da snobbare, è la strategia base di questa occhi di gatto. Così come trepidiamo nell'attesa di vedere che cosa indosserà, se sarà la Rihanna maschile e gangsta, come nella cover di Lui con tanto di treccine e cappellino alla Schoolboy Q, o iperfemminile alla sfilata di Chanel.
Rihanna sulla cover di Lui

26 anni, 7 album e almeno una hit ogni sei mesi, Rihanna è la quantità, l'eccesso, bei singoli e pessime cadute, brutte copertine ma editoriali amati da qualsiasi lettore di giornali di moda. Chi usa una simil strategia ma senza proprio farcela (ok, vende anche lei, lo so.) è Katy Perry la cui incoerenza di stile irrita su più fronti: musicale e fashion. Rihanna ha la spacconaggine di cambiare stile musicale, che sò dal r&b alla commerciale, con la stessa facilità con cui affronta un nuovo taglio di capelli ogni mese, e stiamo parlando di una che stava bene anche CON IL MULLET, IL MULLET CAPITE. Senza parlare dei tanti featuring che rilascia in giro per il mondo, e spesso sono tutte canzoni di merda dove l'unica a salvarsi è proprio lei. Katy Perry, invece, risulta un'insicura cronica perché non ce la fa proprio a fregarsene di quello che gli altri dicono e quando finisce una storia ce la deve raccontare e quando vende un album ce lo deve dire che è un album d'introspezione, colorato ma -no- qui non si vende sesso. Peccato eh, perché «Teenage Dream» rimane una delle canzoni pop più belle degli ultimi anni. Comunque scusate la pappardella, so che siete qui solo per le tette zuccherose di Rihanna e per il suo sedere. Non a caso, Rihanna fashion killa per sempreee.


giovedì 29 maggio 2014

«Gomorra» la serie: fashion recap

Perché scegliere «Gomorra» tra tutte le serie sexy, curate, divertenti che ci sono in giro? Intanto perché da quando Don Draper indossa dei completi kaki con camicie a righe, mi sembra chiaro che «Mad Men» non sia più quel barlume di bella eleganza che ha ispirato capsule collection di Banana Republic e feste a tema. Poi, a me piacerebbe scrivere di «Game of Thrones», ma non è credibile dato che poi vai  in cerca di un abito per un matrimonio con l'intenzione di assomigliare a Khaleesi e invece, ancora oggi, hai più possibilità di ricordare vagamente Ivana Trump. Gomorra è perfetto: è italiano all'ennesima potenza, è tuo cugino che compra le scarpe Prada tra i corridoi dell'ITIS che frequenta o quell'altro cugino per cui eleganza significa indossare una bella camicia nera ed è più o meno la storia di tutti quei ragazzi di cui hai avuto paura. Paura e altro, perché ogni volta che guardo Ciro boh io mi sciolgo... Ma partiamo con il recap!

DON PIETRO SAVASTANO
È il boss, il patriarca di tutto il clan Savastano, quello che fino al suo incarceramento portava la pagnotta a casa. Uomo imperturbabile, del lusso ama il fatto di poterlo offrire alla sua famiglia, di comprare una casa lussuosa alla moglie Donna Imma e al viziatissimo figlio Gennaro detto Genny. Nonostante la ricchezza, Don Pietro riserva uno stile personale modesto, un po' Steve Jobs campano: è il leader, ma non ama surclassare gli altri ostentando abiti o colori esuberanti. Don Pietro preferisce i completi dal taglio comodo e dal tessuto leggero. Unica nota couture il bel cappottone nero, un must per ogni uomo che si rispetti, usato durante un regolamento di -ehm- conti e la camicia bianca prestata a un giovane amico in carcere (poi morto impiccato, quindi se proprio dovevi ucciderti almeno la camicia me la potevi RITORNARE pulita.)

Il trono!
Da notare il ritratto a olio della familgia
Bel divano


DONNA IMMA
Moglie del boss Pietro, donna Imma è la rivelazione della serie, l'unica in grado di prendere il comando del clan dopo la carcerazione del marito al 41bis. Alla vista del marito dietro il vetro della sala visite del carcere, Imma non mostra segno di disperazione o debolezza, è tranquilla e decisa a compiere il destino di gloria dei Savastano. Così, Imma decide di mandare Ciro in Spagna e il morbido figlio in Honduras a occuparsi del mercato della droga. Imma si scosta dal profilo solo di moglie e madre, dimostra di sapersi occupare degli affari dei Savastano, ordinando contratti e depositi bancari, sgamando il commercialista che si faceva la bella vita a Milano con i suoi soldi (come direbbe Noyz Narcos, voleva fottere con il clan sbagliato) e ristrutturando la piramide gerarchica dell'intero clan. Donna Imma è pronta a tutta, anche ad uccidere se è necessario, e trasforma il suo essere donna (una bellissima donna tra l'altro) in un vantaggio che dimostra nell'accuratezza della sua persona e nelle sue movenze eleganti e studiate. Alle riunioni con i suoi nemici, Imma indossa una camicia bianca dalla costruzione architettonica e un pellicciotto. Nelle occasioni più informali Imma ama indossare skinny jeans con un top dalla fantasia eccentrica e degli orecchini del diametro dell'intera Napoli, ma alle cene importanti non disdegna un bel completo color champagne in seta lucida. So chic! Uno stile che ha poco a che fare con la semplice casalinga: Imma è più una manager, un amministratore delegato, una Claire di «House of Cards» tutta italiana, cresciuta con l'idea che il lusso è lo sfarzo, non il minimalismo e l'open space.

Brr che freddo...


Qui è quando fa cagare sotto il commercialista milanese, ciao testina!

Who let the dogs out?



GENNARO SAVASTANO DETTO "GENNY"
Pupillo e cocco di mamma, Gennaro è il principe erede al trono dei Savastano. Grasso e ingenuo, Genny ha vissuto nella bambagia, spadroneggiando nelle strade di Scampia in limousine, ma senza mai mettere paura a nessciuno. Nelle prime puntate, Genny è un cucciolo arruffato da proteggere, spupazzare e sfruttare: non sa impugnare mezza pistola, cerca continuamente carezze e attenzioni da parte della gelida madre ed è follemente innamorato di Noemi la stronza. Stronza, passatemi l'epiteto, perché una che non sa apprezzare questa serenata d'amore cantanta da niente popò di meno che ALESSIO è una donna senza cuore.
Quando Ciccio Pasticcio Savastano presenta Noemi alla madre Imma usando queste parole "Lei è Noemi che nel mio cuore ha piantato i semi" io mi sono emozionata tantissimo! Quando Genny è con la madre a Milano, il suo unico pensiero non è salvare i beni di famiglia, NOOO! Lui pensa dove poter comprare un bel regalo per Noemi! Come tutti i terroni del mondo, quando vengono a Milano la prima cosa che vogliono fare è andare in via Montenapoleone. Per un paio di minuti (ore, una notte per precisione) ho sperato di svegliarmi la mattina dopo e avere una relazione amorosa con Genny che comprendesse un profilo unico su Facebook. Ma mamma Imma non è scema, la ragazza non le piace e decide di spedire Genny in Honduras, facendoli così lasciare. Al suo ritorno Genny è un'altra persona: dimenticate il dolce babbà che vi ho descritto precedentemente e fate spazio a re dei Mohicani. Genny ha perso 30 chili, si è fatto la cresta e un paio di tatuaggi sparsi per il corpo. Non indossa più tute da lezione di ginnastica alle medie, ma chiodo in pelle e jeans chiaro. Ha le idee chiare, mette in piedi un'intera campagna elettorale e ha imparato a sfruttare le ragazze. Bravo, ora sì che sei un uomo!

Giro in limousine per Scampia 10+





CIRO DI MARZIO
Leale, immortale e calcolatore, per fare carriera all'interno del clan Savastano è pronto a tutto, anche a bere un flute d'urina del boss Pietro. Da subito viene affiancato all'orsetto Genny, ancora troppo morbido e pacioccoso per prendere in mano il controllo del clan. Per Genny, Ciro è più di un amico, è un fratello maggiore e una guida indispensabile. C'è da dire però che per il povero Ciro l'ascesa al potere è sempre più difficile, Imma infatti vuole tenerlo lontano dal figlio e dagli affari più importanti. Di puntata in puntata, Ciro viene messo davanti a delle difficoltà: viene mandato in Spagna a trattare con Salvatore Conte, il quale lo butta in mare aperto per poi andare a riprenderlo ore dopo. Nella stessa giornata incontra i russi e sopravvive alla loro dannata roulette. Stiamo calmi. Non è che ce la si prende con Ciro solo perché ha degli occhi verdi da paura, lasciamolo stare per favore che è l'unico uomo al mondo post 80's che risulta figo con una giacca bianca e occhiali aviator.
Dai, ma va che occhietti!




SALVATORE CONTE
È l'antagonista del clan Savastano, scappato in Spagna si rifà vivo solo quando viene a sapere del momento di debolezza del boss Pietro. Personaggio peggiore al mondo, nel senso che lo si odia da subito, ma non per le ragioni che pensate voi. Lo odi perché è cattivo? NO, lo odi perché fuma la sigaretta elettronica. Ecco, io con gente così non ci voglio avere a che fare. È il Tarabas della situazione, capelli lunghi neri chiusi dentro una bella coda tirata, completi slim grigi o verde muschio e camicie leggermente aperte sul rosario che tiene al collo, infatti è credente in maniera quasi ridicola. È anche un fifone, comunque nelle fiction come nella vita mai fidarsi di un uomo che fuma la sigaretta elettronica.
                                                                                 LOL

                                                         Sigaretta elettronica e anellazzi random

Quali altri cambio look ci aspettano? Non è che Imma si convertirà al biondo platino? Siamo sicuri che Genny non sia pronto per affrontare la sfida di un tatuaggio maori? Pensiamoci.


mercoledì 21 maggio 2014

Jay Z e Beyoncé meglio di «Spring Breakers»

OH FINALMENTE UN FILM CHE ANDREI A VEDERE AL CINEMA!

Peccato che questo Jay Z & Beyoncé "Run" sia solo un trailer, un modo per pubblicizzare il loro enorme tour insieme. Meglio di Sonny e Cher, Albano e Romina e chiunque stesse insieme in quella setta musicale e incestuosa che prende il nome di Fleetwood Mac, è tutto un non mettere il dito in un tour tra moglie e marito. Non credo avremo mai modo di veder approdare questo spettacolo in Italia, che in quanto a super show pop è più triste di una qualsiasi valle desolata con corvi in «Game of Thrones». Tanto -anche se Queen B e Jay Z fossero passati di qui- sappiamo tutti come sarebbe andata: Non avrei trovato il biglietto.


Il trailer, diretto da Melina Matsoukas (già regista di video per Beyoncé e Solange, Katy Perry, Lily Allen e Rihanna) ritrae la super coppia in una versione gangsta pazzi alla «Natural Born Killers», come quei bellissimi pazzi che furono Juliette Lewis Woody Harrelson. Colori acidi, atmosfere da strip club di provincia padana, lussuose decapottabili ed esplosioni degne di ogni action movie che si rispetti. Jay Z e Beyoncé sono i criminali più stilosi di sempre, girano in moto indossando i panni dei freschi sposini e rapinano banche comre se dovessero sfilare, portando completi di Givenchy e passamontagna (ed è subito SPRING BREAK FOREVEEEEER!)

Notevoli anche le ospitate, a partire da Don Cheadle



Sean Penn con la sua faccia da macellaio di provincia



Emmy Rossum che spara a Beyoncé, ma siamo impazziti eh?


Guillermo Diaz, perché non esiste gangsta movie senza un cubano stronzo e feroce



Jake Gyllenhaal nella parte del bianco



Rashida e Kidada Jones stupende


E una fenomanale Blake Lively nella parte che le riesce meglio, la bionda patetica



Ah giusto, c'è anche una piscina piena di dollaroni.



Dopo l'uscita del trailer i fan, quei pazzi, si sono talmente esaltati da lanciare una petizione su Change.org per chiedere al divino duo di girare l'intero film, peccato che per ora...


:(((




lunedì 12 maggio 2014

Mistaman: "Mi fa schifo tutto quello che è nazional-popolare"

Intervistare Mistaman non è stato affatto facile, perché quando una persona ci lavora con le parole -maneggiandole e studiandone gli effetti come solo uno scienziato sa fare- non ha paura di usarle con nessuno, nemmeno se si è svegliato da poco.

"M-Theory" è il suo nuovo album, trovate tutta l'intervista a Mistaman su Rockit 





"Capita che alcuni ragazzini mi twittano robe come "Quando ascolto la tua musica mi sento ignorante"Ecco, io non voglio far sentire il mio pubblico ignorante, ma nemmeno fingere di essere più ignorante di quello che sono."


giovedì 24 aprile 2014

I just talked to Jesus, he said "What up Sheezus"

Lily Allen continua la promozione del suo atteso disco, droppando (uccidetemi) il video di "Sheezus", singolo da cui trae titolo l'album stesso, un omaggio più che un riferimento al mai troppo venerato "Yeezus" di Kanye West per cui Lily Allen pensa solo cose bellissime.

Dopo quattro singoli ("Hard out Here", "Air Balloons", "L8 CMMR", "Our time") e a suon di dimenticati le palle, fatti crescere le tette, siamo arrivati a questo quinto singolo che contiene tutte le peculiarità del poppettino speziato di Lily: beat moonbathon, loop vocali e quella voce così leggera, così democratica, tanto da farti pensare di poterti dedicare al canto. NO.

Lo ammetto, continuo a preferire "Hard out Here", perché puoi anche odiare un testo pretenzioso che dice "Non ho bisogno di muovere il culo perché ho un cervello", ma come mi disse una super donna durante uno scambio d'opinioni sulle vicende del tormentone "Blurred Lines" -Sarò anche femminista, ma ballo su quel cazzo che mi pare- grande verità. Sarà quell'intro tutto un salire, la tastiera che ricorda "Can't Touch This" di MC Hammer e poi -claro- quel rallenting che esplode tutto nel bridge del ritornello... Ma c'è un perché se Lily fa di "Sheezus" il suo manifesto: competizione. Competizione femminile, sempre più specifica: questa volta non c'è la ballerina di colore a mettere in soggezione lei/noi, qui le altre sono le colleghe, Rihanna, Katy Perry, Beyoncé Lorde e Lady Gaga, tutte nominate in quello che più che un testo sembra una ricerca su Google:

RiRi isn't scared of Katy Perry's roaring
Queen B's going back to the drawing
Lorde smells blood, yeah, she's about to slay you
Kid ain't one to fuck with when she's only on her debut
We're all watching Gaga, L-O-L-O, ah-ha
Dying for the art so, really, she's a martyr

Rihanna non ha paura di Katy Perry, Beyoncé è tornata a fare quello che sa far meglio, Lorde è pazza ma è già un'icona e Lady Gaga vende (non più) morendo per la sua arte. Per tutto il pezzo Lily sfrutta la metafora della boxe per scherzare sul fatto che è pronta a tornare, che desidera diventare una diva, anzi la diva per eccellenza, più dea che donna, quindi Sheezus. Creando un parallelismo tra Kanye West e Lily Allen (perché è questo che Lily vorrebbe, essere paragonata a un uomo e non solo alle colleghe femmine, ma in questo caso dovrebbe fare un passo indietro per una questione di genere musicale. Scusaci Lily, we love catalogare), sono sicura che tutti e due si siano ritrovati a chiedere dei dannati croissant in qualche altezzoso ristorante, ma oltre a questo nulla di più. Ma alla critica Lily tiene a dire che è tutto il contrario di quello che canta, che nomina le colleghe non per scatenare un dissing ma per spiegare quanto è dura essere continuamente affiancate alle altre e come il paragone spinga le donne a farsi sgambetto a vicenda. Fare nomi così grossi ti rende protagonista di un moto di pubblicità, commenti e altrettanti paragoni, ma Lily era solo sarcastica eh! Ora, è vero che il sarcasmo uccide tutte le cose belle? Una canzone potrà mai essere solo una canzone come quando a 12 anni non capivamo le lyrics o la militanza è d'obbligo? Immagino che tutti abbiate sentito quella canzone che fa millnovesientosessantasett in spagnolo, ecco. La passano ovunque e io la trovo di una bruttezza devastante, sarà perché qualsiasi roba cantata in spagnolo per me è vicina alla "Gasolina", benvenute menti forgiate dall'imperialismo ammericano! La cantante è Ana Tijoux, una rapper/cantautrice vissuta in Francia ma d'orgine cilena, il brano è stato pubblicato nel 2010 ma è diventato famoso solo quest'anno dopo esser stato inserito nella colonna sonora di Fifa 11 e Breaking Bad (le due cose sono collegate?). 1977 è l'anno di nascita di Ana Tijoux, ma fa anche riferimento alla difficile situazione del Cile in piena dittatura Pinochet. Ana Tijoux è una cantante impegnata, ma il suo essere militante fa di "1977" una bella canzone? No. Lily è una che fa subito simpatia perché fondamentalmente è un'insicura storica, con un passato da ragazzina difficile e un disordine alimentare di cui ha più volte parlato tra interviste e testi di canzoni.
E chi è insicura la riconosce un'insicura, quella che mangia ironia e bacon la mattina, poi però a porte chiuse riguarda le foto di quando magra posava per Chanel. E in questo Sheezus sembra non far altro che confondermi. Mi piace una donna che non vuole essere giudicata per il numero di amanti che ha avuto, ma non mi piace quella che chiama troie le altre (si bitch, lo slang, non è offensivo, tra ragazze possiamo farlo etc etc… andate da un altra parte a fare 'sto discorso). Mi piace la Lily che dedica una canzone al marito ("L8 CMMR" pop zuccherosissimo super godibile)  cantando "quest'uomo non va da nessuna parte finché questa cicciona continuerà a cantare", ma non mi piace che una donna mi dica cosa devo fare per essere presa sul serio a lavoro. Così come non mi piace che Belen dica a delle adolescenti che sono single perché troppo esuberanti intellettualmente, ma detesto ancora di più che qualcuno mi venga a dire cosa posso o non posso guardare in televisione. Per quanto riguarda la parte del testo dove dice parla del mestruo, be' sì tutte lo abbiamo. Poi, posso anche fregarmene del testo, godermi una bella canzone e un bruttissimo video, PERCHÈ DICIAMOCELO "Sheezus" ha un bruttissimo video, spiccicato a quello di M.I.A per "Yala".
Il bubblegum pop di Lily Allen è divertente, adoro la sua frangia blu, ma la trovo un po' paracula, figlia di scuole private ma con l'accento da coatta amica del popolo. Comunque alzo il volume perché -ripeto- ballo quel cazzo che mi pare. (Ciao Robin Thicke)

mercoledì 26 marzo 2014

C'è differenza tra Lady Gaga e una popstar russa?

Io non credo che si possa vivere felici senza permettersi SKY, perché poi succede che ti perdi programmi come "Arrivano i russi"e non capire niente di questo post.


"Arrivano i russi" è un programma andato in onda sul 113 questo inverno e -se il titolo non vi ha già ampiamente aiutato- parla di russi ricchissimi che si trasferiscono a Londra per sfondare. Già da queste premesse potreste dire che è il programma più BELLO DEL MONDO. Io ovviamente ho visto tutte le puntata quindi, sì, lo è. Ci sono i giovani fratelli che vogliono rilanciare un noto locale della capitale inglese, c'è la figlia di stilista russa che vuole solo studiare più dei suoi compagni per diventare una leader mondiale -a costo di non uscire mai di casa-, c'è la moglie di un calciatore che sogna di diventare la nuova Victoria Beckam e poi c'è lei, Kamaliya. Kamaliya non è solo una bellezza ucraina sposata con Mohammad Zahoor, un uomo d'affari pakistano ricco e innamorato, Kamaliya è anche una popstar! Ma di quelle vere, tanto che in patria è stata onorata dal Honored Artist of Ukraine per aver portato la cultura ucraina nel mondo. Il sogno di diventare una popstar viene sponsorizzato dal marito stesso che investe cifre esorbitanti per produrre la sua musica che la popstar stessa descrive come l'incontro tra la musica d'opera e il pop. LA MUSICA D'OPERA E IL POP. Sinceramente, quanto è bella l'idea di poter imparare a riconoscere le diverse arie attraverso le canzoni di Kamaliya? Kamaliya come il Lou Reed di "Metal Machine Music", ma dove il secondo ride in paradiso per averci preso in giro, Kamaliya fa pop con la serietà di un matematico. Prendiamo il suo pezzo più popolare "I'm Alive": non solo musicalmente ha tutto, ma il video è tipo la cosa più bella mai vista. Kamaliya in strada con il suo bolide bianco incontra un cavallo magico, toccandolo viene trasportata in una fanta-era romana con tanto di arena con gladiatori che non sono altro che feroci ballerini. Machi pompati, ballerine in shorts e raffinatissimi ballerini da club in tacchi a spillo (ciao Putin). Kamaliya prima è una combattente dell'arena (chiarissima la citazione della pubblicità della Pepsi con Pink, Britney e Beyoncé) poi principessa e poi imperatrice. Uno e trino.



Quando si esibisce live (sì, ho visto anche quella) Kamaliya dimentica -o forse no- che qui Lady Gaga è arrivata nel 2008, carica con quel bagaglio di brutta abbronzatura finta, bruttissimo guardaroba circense e altrettanto brutti video. Quando si esibisce, Kamaliya indossa lo stesso abito argentato della Lady Gaga di "The Fame", un po' per ambizione un po' perché anche lei è una zarra senza tempo.

 

Ma in fondo guardando G.U.Y l'ultimo barocchissimo video di Lady Gaga, che cosa manca a Kamaliya per essere credibile come la popstar americana? Il fatto che non ha pretese artistiche? Il fatto che non fa video brutti perché -ripeto- è una super zarra e non una citazionista post moderna? Qual è la differenza tra le trasformazioni di Kamaliya e quelle di Lady Gaga? Perché se Lady Gaga fa apparire un uomo tra le nuvole noi ridiamo e se lo fa Kamaliya pensiamo a quanto ci fa ridere il gusto estetico anni Ottanta delle popolazioni dell'est. Che differenza c'è tra chi guarda il Grande Fratello perché poi vota i concorrenti o chi lo guarda con ironia? A fini commenrciali nessuna. È l'intenzione? Tutto questo per dire che la Lady Gaga di oggi, quello scontro stilistico da Gandalf e Donatella Versace, è bellissima. Peccato per il video, anche Kamaliya starà pensando "Questa me sta a copià".




Ok, GIII-UUU-UAAAI è irresistibile.

lunedì 24 marzo 2014

BABY K: basta chiamarla donna rapper

A un anno dall'uscita del suo disco d'esordio "Una Seria" e in concomitanza con il suo ritorno in studio, ho fatto una lunga chiacchierata al telefono con Baby K per parlare di musica, rap e donne. Alla fine ho scoperto che la femmina alfa per eccellenza non odia nessuno, se non la definizione "donna rapper". Alla fine dell'intervista telefonica ho anche scoperto che la vorrei come #BFF.


Trovate tutta l'intervista su Rockit





"In questo paese si sa, una seria non può fare il rap
Ma ti sbagli, come la Gelmini con i neutrini
I ragazzini mi imbavagliano, gli metto i bavaglini"





martedì 11 febbraio 2014

10 anni di «The College Dropout» di Kanye West

Nell'assurdità dell'aneddoto, mi ricordo esattamente quando ascoltai Kanye West per la prima volta: 
Nel 2004 stavo cercando di scaricare da Emule una canzone degli AUDIO BULLYS (sì, non ci credo nemmeno io) intitolata We Don't Care. Una canzone da bulletti inglesi che a un certo punto fa WHATTAFAAAAAACK! Effettivamente scaricai una canzone intitolata «We Don't Care» ma apparteneva a Kanye West.

Era la prima volta che ascoltavo Kanye West, ma senza saperlo c'è sempre stato. A 14 anni conoscevo Jay Z ma non sapevo che dietro a instant classic come «Izzo (Hova)» ci fosse proprio Kanye, ma se è per questo non sapevo nemmeno che esistessero i produttori, SO CUTE! E per quanto Irene LaMedica mi avesse formato bene e «Slow Jamz» fosse davvero una delle canzoni più belle che avessi ascoltato in vita mia, quello che mi rimase impresso fu il rap super veloce di Twista.
Nel 2004 sì, c'ero arrivata, ma senza la passione di oggi. Quando uscì «The College Dropout», il 10 febbraio di dieci anni fa, sapevo chi c'era sotto quel travestimento da mascotte urniversitaria, tutto vestito per bene per il primo giorno di scuola, con tanto di blazer elegante, polo di Ralph Lauren e jeans carucci, era proprio lui. (Ma per tempo non andai oltre l'amore per «Slow Jamz»)

Kanye, can I talk to you for a minute?
Me and the other faculty members was wonderin' could you do a lil som...
Somethin' beautiful...
                                  «Intro», 2004

Partiva tutto da questo, il preside di facoltà chiede a Kanye se può far cantare questi innocenti bambini. "Certo -risponde il rapper di Chicago- ho la canzone perfetta!" Il pezzo è proprio «We Don't Care» e la scena che si crea è questa: pensate a un coro di dolcissimi bambini (tipo Glee) che irrompono all'unisono sul ritornello parlando di droga e di razzismo, guardando negli occhi del loro pubblico cantando sorridenti che -chi l'avrebbe mai detto- non sono morti prima dei 25 anni!


Drug dealin' just to get by, stack ya' money 'till it get sky high
(Kids, sing! Kids, sing!)
We wasn't supposed to make it past 25, joke's on you, we still alive


Ovviamente non capivo mezzo testo, mi innamorai di Kanye West per via dei suoi suntuosissimi beat e di quei sample barrochi, ciccioni, pieni di soul, senza cui non saprei quel poco che so oggi. È grazie a lui se conosco Curtis Mayfield e Gil Scott-Heron, ma anche i più moderni J Dilla, Mos Def e Common. Negli anni, raggiunta una conoscenza migliore (per conoscenza intendo l'arrivo di Youtube + il fatto che i testi li trovi su internet) ho imparato ad apprezzare Yeezy anche per le sue liriche, per il modo in cui riesce a parlare di donne, soldi e razza calibrando magistralmente ironia, citazioni pop e presa di coscienza. «The College Dropout» stabilisce una svolta personale, sì ma non solo, questa storia ha un raggio molto più ampio. In quel 2004, che musicalmente coronava i sogni degli amanti di 50 Cent e del gangsta rap, Kanye si presentò con una mascolinità meno offensiva e più intellettuale: è quello con l'inseparabile zainetto di Louis Vuitton e la polo, che impronta un intero album di debutto sulla metafora dell'università, che si domanda sull'efficenza del sistema scolastico americano, che prende in giro la sua stessa gente raccontando di quegli Stati Uniti pre-crisi finanziaria, quando si spendevano soldi ancora prima di possederli. Niente muscoli e pistola, per vestiario Kanye West è molto più vicino al proto-nerd in stile Seth Cohen rispetto ai tipi sulle copertine dei dischi. Stilisticamente Kanye West offre un nuovo modo di essere rap, presentandosi senza crew, senza una storia personale cruenta e insegnando che non è l'attitude da ghetto a scrivere testi importanti per la tua comunità. Musicalmente non scardina solo il genere gangsta, ma riporta in vita un modo di far rap positivo e comunitario, capace di raggiungere non solo i fedelissimi del genere o il ghetto della periferia di Chicago, ma anche MTV e le radio universitarie fino ai Seth Cohen di tutto il mondo, appunto.


«The College Dropout» non è solo un album di debutto (poteva davvero essere solo questo?) ma segna il cammino di un artista che non ha mai pensato di dare al pubblico una goccia in meno di quello che si aspettavano, forse è questa la pecca più grande. In una ripresa slow motion di questo salto carpiato di 10 anni sulla carriera di Kanye, si capisce che non si può dire che oggi ci troviamo davanti a una persona diversa, non è un improvvisatore. Perché prima della donna di «Bound 2» c'è stata quella medio-borghese di «All Falls Down»




E prima della tanto chiaccherata identificazione con Dio di «I Am a God» ci sono state le domande sulla religione in «Never Let Me Down» e nella più famosa «Jesus Walks»



E c'è stato l'uso dell'auto tune e degli elementi synth ben prima che diventassero di moda nel 2007, e senza questo album oggi non avremmo avuto moltissimi giovani rapper che hanno fatto della scrittura personale, dell'introspezione il loro marchio di fabbrica. Senza «Through the Wire», senza il racconto del (quasi) mortale incidente che Kanye West ha avuto con la sua Lexus nel 2002, non avremmo mai avuto le confessioni di Drake, il broncio di Childish Gambino o i delicati pezzi pop di Kid Cudi.


Oggi Kanye West è il king del buzz su internet, è la rockstar con il livelo di mitologia più vicina possibile a Jim Morrison o Kurt Cobain, tutto il suo stile di vita viene descritto come avant-garde in un maniera impalpabile per qualsiasi semplice umano. Ma «The College Dropout» rimane uno dei lavori più fini e più divertenti di Kanye West e questa verità non ce la toglierà nessuno, nemmeno Kanye stesso. 

(Poi a fare i video si divertiva un sacco)