martedì 11 febbraio 2014

10 anni di «The College Dropout» di Kanye West

Nell'assurdità dell'aneddoto, mi ricordo esattamente quando ascoltai Kanye West per la prima volta: 
Nel 2004 stavo cercando di scaricare da Emule una canzone degli AUDIO BULLYS (sì, non ci credo nemmeno io) intitolata We Don't Care. Una canzone da bulletti inglesi che a un certo punto fa WHATTAFAAAAAACK! Effettivamente scaricai una canzone intitolata «We Don't Care» ma apparteneva a Kanye West.

Era la prima volta che ascoltavo Kanye West, ma senza saperlo c'è sempre stato. A 14 anni conoscevo Jay Z ma non sapevo che dietro a instant classic come «Izzo (Hova)» ci fosse proprio Kanye, ma se è per questo non sapevo nemmeno che esistessero i produttori, SO CUTE! E per quanto Irene LaMedica mi avesse formato bene e «Slow Jamz» fosse davvero una delle canzoni più belle che avessi ascoltato in vita mia, quello che mi rimase impresso fu il rap super veloce di Twista.
Nel 2004 sì, c'ero arrivata, ma senza la passione di oggi. Quando uscì «The College Dropout», il 10 febbraio di dieci anni fa, sapevo chi c'era sotto quel travestimento da mascotte urniversitaria, tutto vestito per bene per il primo giorno di scuola, con tanto di blazer elegante, polo di Ralph Lauren e jeans carucci, era proprio lui. (Ma per tempo non andai oltre l'amore per «Slow Jamz»)

Kanye, can I talk to you for a minute?
Me and the other faculty members was wonderin' could you do a lil som...
Somethin' beautiful...
                                  «Intro», 2004

Partiva tutto da questo, il preside di facoltà chiede a Kanye se può far cantare questi innocenti bambini. "Certo -risponde il rapper di Chicago- ho la canzone perfetta!" Il pezzo è proprio «We Don't Care» e la scena che si crea è questa: pensate a un coro di dolcissimi bambini (tipo Glee) che irrompono all'unisono sul ritornello parlando di droga e di razzismo, guardando negli occhi del loro pubblico cantando sorridenti che -chi l'avrebbe mai detto- non sono morti prima dei 25 anni!


Drug dealin' just to get by, stack ya' money 'till it get sky high
(Kids, sing! Kids, sing!)
We wasn't supposed to make it past 25, joke's on you, we still alive


Ovviamente non capivo mezzo testo, mi innamorai di Kanye West per via dei suoi suntuosissimi beat e di quei sample barrochi, ciccioni, pieni di soul, senza cui non saprei quel poco che so oggi. È grazie a lui se conosco Curtis Mayfield e Gil Scott-Heron, ma anche i più moderni J Dilla, Mos Def e Common. Negli anni, raggiunta una conoscenza migliore (per conoscenza intendo l'arrivo di Youtube + il fatto che i testi li trovi su internet) ho imparato ad apprezzare Yeezy anche per le sue liriche, per il modo in cui riesce a parlare di donne, soldi e razza calibrando magistralmente ironia, citazioni pop e presa di coscienza. «The College Dropout» stabilisce una svolta personale, sì ma non solo, questa storia ha un raggio molto più ampio. In quel 2004, che musicalmente coronava i sogni degli amanti di 50 Cent e del gangsta rap, Kanye si presentò con una mascolinità meno offensiva e più intellettuale: è quello con l'inseparabile zainetto di Louis Vuitton e la polo, che impronta un intero album di debutto sulla metafora dell'università, che si domanda sull'efficenza del sistema scolastico americano, che prende in giro la sua stessa gente raccontando di quegli Stati Uniti pre-crisi finanziaria, quando si spendevano soldi ancora prima di possederli. Niente muscoli e pistola, per vestiario Kanye West è molto più vicino al proto-nerd in stile Seth Cohen rispetto ai tipi sulle copertine dei dischi. Stilisticamente Kanye West offre un nuovo modo di essere rap, presentandosi senza crew, senza una storia personale cruenta e insegnando che non è l'attitude da ghetto a scrivere testi importanti per la tua comunità. Musicalmente non scardina solo il genere gangsta, ma riporta in vita un modo di far rap positivo e comunitario, capace di raggiungere non solo i fedelissimi del genere o il ghetto della periferia di Chicago, ma anche MTV e le radio universitarie fino ai Seth Cohen di tutto il mondo, appunto.


«The College Dropout» non è solo un album di debutto (poteva davvero essere solo questo?) ma segna il cammino di un artista che non ha mai pensato di dare al pubblico una goccia in meno di quello che si aspettavano, forse è questa la pecca più grande. In una ripresa slow motion di questo salto carpiato di 10 anni sulla carriera di Kanye, si capisce che non si può dire che oggi ci troviamo davanti a una persona diversa, non è un improvvisatore. Perché prima della donna di «Bound 2» c'è stata quella medio-borghese di «All Falls Down»




E prima della tanto chiaccherata identificazione con Dio di «I Am a God» ci sono state le domande sulla religione in «Never Let Me Down» e nella più famosa «Jesus Walks»



E c'è stato l'uso dell'auto tune e degli elementi synth ben prima che diventassero di moda nel 2007, e senza questo album oggi non avremmo avuto moltissimi giovani rapper che hanno fatto della scrittura personale, dell'introspezione il loro marchio di fabbrica. Senza «Through the Wire», senza il racconto del (quasi) mortale incidente che Kanye West ha avuto con la sua Lexus nel 2002, non avremmo mai avuto le confessioni di Drake, il broncio di Childish Gambino o i delicati pezzi pop di Kid Cudi.


Oggi Kanye West è il king del buzz su internet, è la rockstar con il livelo di mitologia più vicina possibile a Jim Morrison o Kurt Cobain, tutto il suo stile di vita viene descritto come avant-garde in un maniera impalpabile per qualsiasi semplice umano. Ma «The College Dropout» rimane uno dei lavori più fini e più divertenti di Kanye West e questa verità non ce la toglierà nessuno, nemmeno Kanye stesso. 

(Poi a fare i video si divertiva un sacco)


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